Niveau C2 · storia_antica · documentario · ~401 mots
Poche figure della storia intellettuale europea sono state fraintese con tanta ostinazione quanto Niccolò Machiavelli, segretario della cancelleria fiorentina, il cui nome è divenuto sinonimo di cinismo presso coloro che, con ogni probabilità, non ne hanno letto una sola pagina.
Nato a Firenze nel 1469, servì per quattordici anni la repubblica, occupandosi di missioni diplomatiche presso le corti più scaltre d'Europa, finché il ritorno dei Medici, nel 1512, non lo privò d'un colpo dell'ufficio, della fiducia e quasi della libertà.
Sospettato di congiura, incarcerato e sottoposto a tortura, fu infine confinato nel podere di Sant'Andrea in Percussina, dove trascorreva le giornate tra faccende campestri e interminabili partite a carte con l'oste e il mugnaio del paese.
È in una lettera all'amico Francesco Vettori, datata dicembre 1513, che egli descrive il celebre rito serale: spogliatosi della veste quotidiana, piena di fango e di loto, indossava i panni reali e curiali per entrare nelle antiche corti degli uomini antichi.
In quel dialogo immaginario con i classici, dal quale, confessava, non lo distoglievano né la noia né la paura della morte, nacque Il Principe, un opuscolo destinato a mutare per sempre il modo di pensare la politica.
La rivoluzione machiavelliana sta tutta in una formula: la verità effettuale della cosa. Mentre i filosofi avevano immaginato repubbliche e principati mai visti né conosciuti, egli volle guardare gli uomini come sono, non come dovrebbero essere.
Ne discende un'analisi spietata: chi governa deve saper essere, all'occorrenza, non buono, giacché tra come si vive e come si dovrebbe vivere corre una distanza tale che chi la ignora prepara la propria rovina.
Da simili pagine i posteri distillarono il cosiddetto machiavellismo, ossia l'idea che il fine giustifichi ogni mezzo: una semplificazione che l'autore non formulò mai in questi termini e che tradisce la complessità del suo pensiero.
Machiavelli non celebrava affatto la spregiudicatezza: la descriveva con la freddezza dell'anatomista, persuaso che un'analisi onesta valesse più di mille prediche.
Non va dimenticato, del resto, che lo stesso uomo scrisse i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, appassionata difesa delle libertà repubblicane, quasi a smentire chiunque volesse ridurlo a consigliere dei tiranni.
Sta forse qui la sua modernità: nell'aver separato la politica dalla morale non per abolire la seconda, bensì per comprendere finalmente la prima.
Cinque secoli dopo, chiunque analizzi il potere senza ipocrisia, che lo sappia o no, continua a vestire ogni sera i panni reali e curiali del segretario fiorentino.
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