Valigie di cartone: l'emigrazione italiana
Niveau B2 · societa · documentario · ~608 mots
Tra la fine dell'Ottocento e la metà del Novecento, quasi trenta milioni di italiani lasciarono il loro paese. Fu una delle più grandi migrazioni della storia moderna. Partivano dalle campagne povere del sud e del nord-est, spinti dalla fame e dalla mancanza di lavoro, con una valigia di cartone e molta speranza.
Il viaggio verso le Americhe era lungo e difficile. Le navi impiegavano settimane per attraversare l'oceano, e i passeggeri di terza classe viaggiavano ammassati in spazi stretti e poco puliti. Molti non avevano mai visto il mare prima di salire a bordo, e non sapevano nemmeno leggere il biglietto che tenevano in mano.
Arrivare non significava essere accolti. A Ellis Island, la porta d'ingresso degli Stati Uniti, i medici controllavano gli occhi e i polmoni dei nuovi arrivati, e chi era malato rischiava di essere rimandato indietro. Gli ispettori scrivevano spesso i nomi in modo sbagliato, e intere famiglie si trovarono con un cognome nuovo, americanizzato.
I primi tempi erano durissimi. Gli italiani accettavano i lavori più faticosi: costruivano ferrovie e grattacieli, scendevano nelle miniere, lavoravano nei porti. Vivevano in quartieri affollati, le piccole Italie, dove si parlava il dialetto, si celebravano le feste dei santi e si cucinavano i piatti del paese lontano.
Spesso dovevano affrontare anche la diffidenza e il disprezzo. I giornali li descrivevano come ignoranti e rumorosi, e i cartelli davanti alle fabbriche a volte dicevano chiaramente che gli italiani non erano graditi. Ci vollero due o tre generazioni perché i loro discendenti fossero considerati americani a tutti gli effetti.
Non tutti andarono in America. Milioni di italiani scelsero destinazioni più vicine: la Francia, il Belgio, la Germania e la Svizzera. Nelle miniere di carbone belghe, dove l'Italia mandava lavoratori in cambio di sacchi di carbone, avvennero tragedie terribili, come quella di Marcinelle, dove morirono centinaia di minatori, in gran parte italiani.
In Svizzera, gli stagionali italiani costruirono strade, gallerie e dighe. Le regole erano severe: il permesso durava alcuni mesi, e per anni i lavoratori non poterono portare con sé le famiglie. Alcuni bambini, entrati di nascosto, vissero nascosti in casa, senza poter andare a scuola né giocare fuori: li chiamavano i bambini dell'armadio.
Chi restava in Italia viveva con le rimesse, i soldi che gli emigrati mandavano a casa. Quei risparmi, guadagnati con enormi sacrifici, aiutarono intere regioni a sopravvivere e contribuirono allo sviluppo economico del paese. In molti paesi del sud, le case più belle erano quelle costruite con i soldi dell'America.
L'emigrazione cambiò anche la cucina del mondo. La pizza, piatto povero dei vicoli di Napoli, divenne il cibo più popolare del pianeta. Gli spaghetti con le polpette, che in Italia non esistono, nacquero a New York, dove gli emigrati, finalmente, potevano permettersi la carne.
Molti discendenti di emigrati hanno avuto successo straordinario: sindaci, governatori, scienziati, registi e attori. I loro cognomi italiani si leggono nei titoli dei film di Hollywood e nelle liste dei premi Nobel. Eppure molte famiglie hanno perso la lingua: dei nonni resta la ricetta della domenica e qualche parola d'affetto.
Oggi le parti si sono invertite: l'Italia è diventata a sua volta una terra d'immigrazione. Persone arrivate da ogni continente lavorano nelle fabbriche, nei campi e negli ospedali italiani, e i loro figli crescono parlando italiano a scuola. La memoria dell'emigrazione dovrebbe aiutare il paese a capire chi arriva oggi con la stessa speranza.
In tutto il mondo, si calcola che gli oriundi italiani siano ottanta milioni: più degli abitanti dell'Italia stessa. Dall'Argentina all'Australia, milioni di persone conservano un legame affettuoso con la terra dei loro bisnonni. L'Italia più grande, dicono alcuni, non è dentro i suoi confini: è sparsa per il pianeta.
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