La maglia numero 10
Niveau C1 · sport · racconto · ~305 mots
Nel quartiere tutti sapevano chi era stato il numero 10, prima che lo diventasse Enzo. Suo fratello Davide, morto in un incidente in moto quattro anni prima, aveva portato quella maglia per tutta l'infanzia.
Quando l'allenatore chiamò Enzo per consegnargli la maglia, il silenzio nello spogliatoio durò più del necessario. Nessuno disse nulla, ma tutti pensarono la stessa cosa: era come se Davide tornasse in campo attraverso il fratello minore.
Enzo accettò senza dire una parola. Portò la maglia a casa e la tenne piegata sul letto per due giorni, prima di trovare il coraggio di indossarla per il primo allenamento.
In quartiere la gente parlava. Alla bottega, al bar, davanti al campo: tutti avevano un'opinione su come Enzo avrebbe dovuto giocare, come se ereditare un numero significasse anche ereditare un destino già scritto.
La pressione cresceva partita dopo partita. Enzo sentiva gli sguardi del pubblico posarsi sulla sua schiena ogni volta che correva verso l'area avversaria, come se ogni azione dovesse essere all'altezza di un fantasma.
Poi, in una domenica di marzo, arrivò il momento. Un cross dalla fascia, uno stacco di testa, e il pallone finì in rete. Il campo esplose, i compagni lo abbracciarono, la curva cantò il suo nome.
Enzo non alzò le braccia al cielo come fanno di solito i giocatori dopo un gol. Restò fermo un istante, con la mano sulla maglia, guardando il numero cucito sul petto.
Dopo la partita, prima ancora di tornare a casa, chiese all'allenatore un passaggio al cimitero. Non disse perché, e nessuno glielo domandò.
Davanti alla lapide di Davide, Enzo non parlò a lungo. Rimase in silenzio qualche minuto, poi appoggiò per terra il pallone con cui aveva segnato quel primo gol.
Nessuna lacrima, nessun discorso. Solo un fratello che tornava da un altro fratello, con addosso una maglia che ormai, finalmente, sentiva sua.
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